Storia di uno strumento

Dopo diversi anni di inattività, alcune circostanze fanno in modo che io torni a suonare la batteria. Prima una cantina con la batteria dentro un tino di cemento, poi una sala prove a pagamento, si improvvisa, come quando avevamo diciassette anni. Una conoscenza occasionale mi coinvolge in un progetto musicale, siccome non ho più una batteria acustica, me ne compro una, di buona qualità ma, in qualche modo troppo “moderna” per il mio concetto di suono. Nella sala prove che frequento c’è, accatastata in un angolo, una vecchia Sonor che nessuno suona, tamburi degli anni ottanta in betulla scandinava, fatta in Germania. Ad un certo punto, mi trovo nella necessità di avere una seconda batteria, con una faccia di bronzo sorprendente, chiedo al gestore della sala prove se “me la presta per un periodo” , altrettanto sorprendentemente, lui mi risponde “basta che te la porti via” . Non me lo faccio dire due volte e me la porto a casa. Grancassa da 20″, tom da 12″ e timpano da 16″, compro pelli nuove, e la provo… lei canta. Decido di usarla il più spesso possibile, mi piace, è potente e armonica. Dopo qualche tempo vado a comprare le bacchette e, buttato lì in un angolo, c’è un tom da 14″, stesso colore, stessa serie, riesco a comprarlo, quello che lo possiede non sa cosa ha in mano… è una combinazione di tamburi un po’ inusuale, chi suona lo può capire, ma la resa è pazzesca, è il suono che voglio. Costo totale dell’operazione circa 80€. Quello che mi sorprende è che in pratica è lei che ha trovato me. Ma guarda tu il destino come gioca con le persone.

Ringraziamenti

  • Grazie per avermi fatto sapere che ero un vecchio
  • Grazie per avermi tolto la dignità
  • Grazie per avermi fatto scoprire che in una bottiglia di vino c’è un po’ di pace
  • Grazie per avermi costretto a dire alla mia famiglia che sono un incapace
  • Grazie per avermi fatto maledire il sonno ed il risveglio
  • Grazie per avermi tolto il piacere del riposo
  • Grazie per avermi fatto perdere il piacere di coltivare una passione perché ogni minuto che le dedico è rubato alla ricerca del lavoro
  • Grazie per gli occhi bassi per la strada, per la vergogna, per le risposte ed i sorrisi forzati
  • Grazie per l’invidia che provo per chi lavora
  • Grazie per avermi tolto il futuro
  • Grazie per avermi fatto odiare il passato
  • Grazie per i pianti da ubriaco, le parole in macchina da solo, gli sguardi dallo specchio ogni mattina
  • Grazie per avermi convinto che non valgo niente
  • Grazie per questa vecchiaia precoce, immeritata, insopportabile, bugiarda
  • Grazie per non farmi portare mai la famiglia a cena fuori
  • Grazie per i viaggi non fatti, i posti non visti, per le soddisfazioni precluse
  • Grazie per il freddo d’inverno in casa e nel cuore
  • Grazie per avermi insegnato che dovevo essere ladro, infingardo, meschino, opportunista, bugiardo e non lo sono stato mai
  • Grazie per questa prigione del cervello, per l’ossessione infinita, insomma grazie per avermi ammazzato da vivo.

Topo bianco

Un bimbo di due anni, quattro zampe, pelo bianco e marrone, ciglia bionde, occhioni, coda parlante, labbra nere, bocca bagnata, sguardo sincero, pelle e muscoli sotto, correre, mordicchiare, abbaiare alla ciotola vuota, muso sulle gambe mentre mangio, onestà di sentimenti, opportunismo canino, usciamo? Dove mi porti? Dov’è la mia amica lupastra? Cosa mi dai? Palla? Pappa? Si, ci salgo in macchina, si ti ascolto, faccio il bravo cane, sono un bravo cane, sono il tuo topo bianco!

Parcheggio

Mentre aspetto che Figlia 1 sbrighi una faccenda di documenti presso il comune, mi ritrovo seduto in macchina ad osservare con più attenzione cose che normalmente ignoro.

Le automobili ed il loro contenuto umano, per esempio, raccontano storie interessanti, il rapporto che intercorre tra il costo della macchina ed il livello di abbronzatura/biondità delle donne che le guidano, oppure l’espressione di chi guida confrontata con lo stato dell’auto, c’è una relazione che verifico anche su me stesso, ho sempre pensato che “ogni macchina è un mondo a parte”.

A pochi metri da me c’è il bancomat di una piccola banca della quale ignoravo l’esistenza, anche in questo caso, in una qualche maniera, c’è relazione tra la tipologia degli utilizzatori e quella della banca, ambedue sono, per così dire, dimessi, le vetrine della filiale ed i clienti sono simili.

Vedo anche l’ingresso del comune e la fauna umana che lo attraversa. Ovviamente molti stranieri, principalmente donne, molte con il velo e quasi sempre con bambini piccoli, hanno buste di documenti, cartelline colorate e la faccia di chi vorrebbe essere altrove. Poi ci sono le facce note, siamo una piccola città e ci si conosce almeno di vista, l’atteggiamento è più rilassato, molti sono compresi nel ruolo, sanno cosa fare e cosa li aspetta, sia fuori che dentro. Buon per loro.

Sono le undici del mattino, è agosto, sorprende l’età dei passanti, pochissimi ragazzi, la maggioranza è gente abbondantemente over cinquanta, cagnolini, bastone da passeggio, donne con caviglie gonfie e uomini un po’ curvi che camminano lentamente, badanti che pascolano il loro vecchietto.

Questo è quello che vedo, non è un giudizio, non è certamente tutto quello che c’è da vedere ma stamattina la fotografia è questa.

Ogni viso una storia, ogni auto una vita, ogni prelievo un mistero.

Quello che mi viene in mente è che non ho mai percepito così tanta solitudine…

Magari sono io che ci vedo male, tornerà il sole.

Il miracolo del vetro fragile

Panchina dei giardini davanti all’ospedale, fumando mille sigarette in attesa del responso dei medici sulle conseguenze di una brutta caduta di mia moglie, mi viene in mente che in fondo la vita è fatta di vetro sottile. Un colpo di vento inatteso e si spezza. Costruiamo noi stessi sulla scommessa che quel vetro resisterà, che non arriveranno pietre vigliacche, venti improvvisi, tempeste. Non sei mai pronto perché non c’è tempo per prepararsi, è un lampo, una fucilata a bruciapelo, non senti neanche il rumore, solo un abbaglio che confonde vista e cervello, bisogna reagire e trovare subito equilibrio, razionalizzare, anche se accecati bisogna muoversi rapidi, efficienti, positivi. Ostentare fiducia, crederci, credere che quel vetro reggerà perché è fragile e magico, si rigenera, si ricostruisce, rinasce, delicato e testardo, torna ad aiutarti a vincere la tua scommessa.

Non è sempre così, a volte il sasso è troppo grande, il vento troppo invadente, a volte devi perdere.

Questa volta sembra essere andata bene. Un altro miracolo del vetro fragile.

Supermercato

Vengo precettato per alcuni acquisti al supermercato, è uno di quei giorni cupi da disoccupato, stancamente entro, trascino il carrellino di plastica rossa per le corsie e ripongo con cura quanto richiesto dalla famiglia, arrivo in cassa. C’è una giovane cassiera, con i ricci e gli occhi chiari, sorride e depreca la mia richiesta di una sola borsa di plastica, prima che a parole lo fa con uno sguardo benevolo e competente: “la macchina è vicina?” Mi sorprende la sua empatia, scherziamo sulla mia incapacità di valutare la quantità di borse necessaria al trasporto e le faccio notare che la sua comunicazione corporea era stata più rapida delle sue parole. Le dico che non potrebbe, mai e poi mai, giocare a poker, il suo corpo parla e parla forte. Lei diventa rossa in viso e ridiamo insieme. Esco più leggero, una minuscola pillola di comunicazione amichevole e qualche sorriso sincero fanno miracoli.

Aprile

Scelsero una tovaglia al profumo di zenzero e mandarino. Il tavolo era all’inizio della terrazza che, a sbalzo sul fianco della collina, mostrava il mare che lambiva prima la spiaggia e poi le aspre risalite verso i monti. Lui aveva preparato con cura quella serata, aveva parlato con il proprietario chiedendo un servizio molto discreto, aveva studiato il menù ed aveva chiesto che tutto fosse disponibile, vietato dire no. Negli ultimi tempi era stato allegro, positivo. Aveva smesso di parlare del suo disastro, della sua condizione misera ed inequivocabile. Aveva anche inventato bugie su certi lavori che gli erano stati proposti. Aveva lasciato intendere un futuro positivo. Per giustificare quella cena aveva parlato di un acconto su una consulenza di alcuni mesi per un famoso broker finanziario, bisognava festeggiare. Il ristorante era stellato, un lungo lavoro su tripadvisor lo aveva aiutato nella scelta. Arrivo’ a prenderla con una Mercedes Classe A, noleggiata ad un costo esorbitante, quando lei, freschissima e bella più del solito, si stupì vedendola, lui mentì dicendo che era di un amico in vacanza, macchina aziendale, tutto gratis. Nella mezz’oretta di viaggio lui la respirò più che poteva, cercando di farla ridere, facendosi raccontare il suo quotidiano, tenne se stesso il più lontano possibile, si mostrò sereno. Si fecero consigliare sia per il cibo che per il bere, si lasciarono portare, lei era allegra, si divertiva, apprezzava il cibo, lui con delle scuse riuscì ad imboccarla diverse volte, con emozione. Volutamente bevve pochissimo, lei apprezzò le scelte, ad un certo punto era un po’ più colorita in viso, lievissimamente sciolta dal vino, appena più languida del solito. Di più non si poteva chiedere. Ad un certo punto per un breve istante addirittura gli toccò una mano. Mentre tornavano lui era contento, era stato tutto perfetto, profumi, sapori, colori, parole, la Mercedes scivolava sulla strada, lei non aveva perso il suo profumo e lui ne era inondato, sopraffatto. La lasciò sotto casa, non si diedero nemmeno un bacio sulla guancia, si salutarono da amici, come quando da bambini si torna a casa sapendo che domani ci si rivede al solito posto.

Fermò la macchina in fondo alla strada sterrata, prese la bottiglia di Southern Comfort dal portaoggetti, accese lo spinello di marocchino, bevve e fumò avidamente. Quando le gambe furono abbastanza molli scese e percorse i cento metri che lo separavano dal ponte. Camminando si convinceva che era la scelta giusta, aveva avuto tanta vita, gioie, passioni, anche un amore impossibile, adesso era ora di pagare. Il destino offriva due possibilità, anni di miseria ed inedia, oppure chiuderla subito, un colpo e via, come diceva suo padre. Aveva scelto la seconda, paura e sconforto fanno diventare vigliacchi. L’assicurazione avrebbe protetto la famiglia, le lettere erano state scritte, le ultime ore erano state affogate nella bellezza e nell’amore impossibile. Adesso si andava.

Si mise in piedi sul parapetto e si sorprese di non provare alcuna vertigine, respirò a fondo quell’odore che solo la notte profonda riesce ad avere e si lasciò cadere. Istintivamente il corpo si contrasse, le braccia irrigidite contro il petto, l’aria nelle orecchie che sibilava, nei pochi istanti della caduta pensò che non doveva opporre resistenza, pensò alle braccia così rigide e si disse “vai nella luce, apri le braccia, aprile!”